I giovani sono la categoria più colpita dalla crisi economica

25 Ott

Lo dice al Bundestag il Governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi e lo mette nero su bianco il Rapporto della Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro sui NEETs. In un certo senso si esprime in questa direzione anche il Ministro del Lavoro Elsa Fornero con quella  parola “mal scelta” per consigliare una sorta di atteggiamento dei neo-laureati di fronte al primo lavoro: “non siate “choosy”.

Nel 2011, solo il 34 % dei giovani europei tra i 15 e i 29 anni si dichiarava occupato. A questa già bassa percentuale si aggiungano anche i disoccupati, che dall’inizio della recessione sono aumentati drasticamente, raggiungendo 5.5 milioni nel 2011 (quasi 21%).

Tuttavia questi numeri non ci permettono di fornire un quadro completo del mercato del lavoro. Un nuovo trend, purtroppo non incoraggiante, dimostra il crescente distacco tra i numeri e la realtà. Questo concetto che comincia ad entrare a pieno titolo tra gli indicatori per misurare l’efficienza del mercato del lavoro è quello dei NEETs. L’acronimo che sta per “not in employment, education or training” fa riferimento ai giovani che non essendo occupati né si formano né ricadono nella categoria degli studenti. E’ dunque ”inattività” la nuova parola che genera preoccupazione.

A cosa è dovuta questa presunta inerzia tra i giovani? Una ragione potrebbe essere imputata alla difficoltà di concepire e disegnare transizioni ottimali tra l’università e il primo impiego come anche alle resistenze nel concepire un profilo di occupabilità capace di rispondere alla domanda volatile che deriva dalle sempre nuove esigenze derivanti dal mercato del lavoro. La risposta richiederebbe dunque un ‘intervento con politiche attive, sul modello dei paesi con sistemi di welfare più sviluppati, volte a sostenere il concetto di “occupabilità” attraverso centri di formazione e un’attenzione ben più focalizzata sui ragazzi ancora all’università per preparare il loro l’ingresso nel mondo del lavoro. Investire in questa direzione avrebbe anche un effetto positivo sul PIL dato che, come sottolinea il Rapporto, nel 2011, la perdita economica dovuta al distacco dei giovani dal mercato del lavoro ammontava a 153 milioni di EURO, ovvero a 1,2% del PIL europeo.

Queste sono però soluzioni di lungo periodo. Oggi quello che si osserva sono forti segnali di rassegnazione tra i ragazzi e l’esercito dei NEETs ne è la controprova, come tra l’altro lo dimostra anche la crescente attitudine rispetto al 2007-2009 dei giovani laureati a permanere nella disoccupazione.

E se il Ministro Fornero avesse ragione? Se molti di questi NEETs avessero deciso di aspettare di trovare il lavoro che rispondesse in pieno alle loro aspettative tralasciando l’idea del “work first”? Il problema della situazione attuale è che in alcuni casi lavorare diventa un costo e paradossalmente il costo marginale dell’inattività è comunque inferiore al vantaggio derivante dal lavoro. Queste è il caso della miriade di contratti precari, saltuari, sottopagati e non assicurati. Lavorare non conviene più. Questo è il vero paradosso davanti al quale i giovani e non solo (basti pensare alle giovani donne magari con figli da accudire) sono chiamati a confrontarsi. La semplice diffusione di questo messaggio porta con se delle conseguenze gravissime. Specialmente per un paese come l’Italia che è vittima di un brain drain dai numeri significativi. Dobbiamo veramente rassegnarci all’emigrazione del capitale umano, anche di quello più qualificato, verso realtà più attraenti? No.

Lo sforzo deve essere congiunto: da una parto lo Stato e dall’altra i singoli. Lo Stato deve capire che maggiore il numero di NEETs , più elevato il rischio di esclusione sociale e politica. Il disinteresse per la vita sociale e per il bene comune è una conseguenza probabile con un rischio concreto di lasciare indietro i più vulnerabili (vedi articolo sul 94%). Dall’altra ci siamo noi, in lotta in un mondo in cui è necessario, giorno dopo giorno, inventarsi un modo per rimanere sul mercato (vedi rubrica “favoriti”). Cerchiamo allora di essere “choosy” nel modo giusto, non nel aspettare che arrivi il lavoro dei sogni che, ahinoi, arriva raramente al primo impiego. Cerchiamo invece di costruire la nostra occupabilità e di capire cosa ci riesce meglio per essere versatili, magari accontentandoci all’inizio.

Questo poteva non essere il nostro “first best” ma magari, con una rinnovata fiducia e un ritrovato ottimismo, può anche rivelarsi un “second best” inaspettato.

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