Tag Archives: cooperazione allo sviluppo
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Rassegna per la Cooperazione: Simona da El Salvador

8 Ott

Rassegna per la Cooperazione: Simona da El Salvador

Due considerazioni:

1) è inconcepibile che un “esperto” guadagni tanto;

2) la cooperazione non è fatta da santi e missionari, è un mondo che, come tutti, ha del marcio al suo interno ma anche del buono.

Simona, 32 anni, El Salvador

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Tre Anni

3 Mag

La durata media di un progetto di sviluppo è di tre anni. Noi siamo giá a metá strada; cominciamo a vedere i primi frutti che danno grande soddisfazione e voglia di andare avanti… ma la strada é ancora lunga ed é sempre piú evidente come tre anni non possano essere sufficienti.
Manca ancora un anno e mezzo. Tanti risultati sono stati raggiunti, tanti altri si raggiungeranno sicuramente. Alcuni invece sono stati giudicati chiaramente irrealizzabili in quanto poco realistici, rendendo necessario richiedere una variante al nostro ente finanziatore.
Poi ci sono gli obiettivi, e sono quelli che preoccupano. Da qui ad un anno e mezzo la sostenibilità non è garantita; servono più tempo e più risorse affinché tutto ciò che è stato investito fino ad ora non risulti solo uno spreco.
Capisco ora pienamente le parole del prof. quando a lezione sottolineava l’importanza di inserire i progetti in un processo di cambiamento. Il problema forse è che noi stiamo iniziando quel processo con i nostri progetti in loco. El Salvador è un paese uscito dalla guerra civile da appena 20 anni, e tutto ciò è ben riflesso nella sua società; a ciò si aggiungono i problemi “classici” di questi paesi, tra cui il machismo, l’eccessivo potere assunto da leader religiosi di alcune sette, l’analfabetismo, la violenza etc… .

Quando vivevo di soli manuali e teoria, pensavo che tre anni fossero abbastanza, forse anche troppi. Una successione di giorni, settimane e mesi in cui realizzare tantissime cose. Ora che comincio a scontrarmi con la realtà mi rendo conto dei mesi persi per star dietro alla burocrazia, della stagione delle piogge arrivata troppo presto che rischia di fermare i lavori, degli errori commessi in passato a cui ora bisogna rimediare, dei problemi quotidiani piccoli e grandi. Ma non si può andare oltre i tre anni, non con questo progetto. Non rimane allora che aspettare che esca un nuovo bando per continuare il lavoro fatto, perché pur con mille difficoltà questo progetto comincia a funzionare e parte dei beneficiari comincia a sentirlo proprio.

Simona, 31 anni, El Salvador

Il Fattore Umano in un Progetto

29 Apr

Lavorare in un progetto di sviluppo è difficile!

Il motivo può risultare semplice: differenti culture, paesi poveri, risorse scarse, modi di lavorare totalmente opposti, lingue, luoghi, cibi troppo diversi. A tutte questi fattori però, piano piano, ci si adegua; alcuni si comprendono, altri si imparano, altri ancora si accettano e basta. Dopo un po’ di tempo sai che le cose sono così, vanno in un determinato modo e non puoi far altro che conviverci, di prenderle così come sono, senza farti troppe domande.

Tutto questo è amplificato dal fatto che spesso i progetti di sviluppo sono in villaggi o piccole città, dove la comunità espatriata è ristretta, ci si conosce tutti, le sere le si passano insieme per ammazzare il tempo che altrimenti scorrerebbe troppo lentamente per i tempi occidentali.

Quello che non ti aspetti, però, è che i maggiori problemi non sono causati dall’ambientarsi ma sono causati dal fattore umano. Sono problemi che nascono dalle persone e, troppo spesso queste persone sono internazionali, quelli che comunemente sono chiamati “espatriati”; coloro ai quali è affidato il delicato compito di fare sviluppo cercando di rispettare la cultura, il modo di fare, di pensare delle persone locali. Troppo spesso questo fattore umano predomina; troppo spesso influisce sul lavoro e ne modifica i risultati, le dinamiche, i tempi e le relazioni.

In un luogo in cui non si è abituati a vivere per lungo tempo, ci si aspetta di trovare un ambiente espatriato sereno, pacifico, rilassante. Ti aspetti di veder fare cooperazione e non guerra sociale; t’immagini che i cooperanti facciano cooperazione; t’immagini che, per il lavoro che sei andato a fare, ad imparare, l’etica sia la regina delle doti umane; t’immagini che i problemi nascano da quelle che si chiamano “condizioni esterne”; t’immagini che la solidarietà, in luoghi spesso dimenticati da Dio, la faccia da padrona; t’immagini che le dinamiche sociali mirino esclusivamente a far gruppo al fine di convivere nel miglior modo possibile … a volte, però, l’immaginazione è meglio lascarla all’immaginario collettivo e che noi stagisti, cooperanti, espatriati ci limitassimo a ricordare il motivo che ci ha portato a partire!

Antonio, 28 anni, Tanzania

La Nascita del Progetto

29 Mar

Vogliamo un progetto!

Ok…

Ma lo scrivi tu?

Si…

Ma scusa, non sei qua per fare la cena?

No veramente sono quella con cui dovete fare l’albero dei problemi se volete che da questo albero nasca qualcosa…..

E via con l’idillio dell’amore tra la stagista inesperta e il gruppo dei “beneficiari”. Essere giovani e donne complica un po’ le cose, la tua credibilità sta più in fondo del fondo del lago che ti sta di fronte, riuscire a farsi ascoltare richiede uno spiegamento di energie che non ho impiegato neanche per scalare il vulcano che ugualmente mi sta di fronte insieme al lago. Ci si incontra, mostri impegno e dedizione e, nonostante conoscano perfettamente la tua faccia, continuano a guardarsi tra loro ogni volta che riappaio come a dire: ma è una ragazza!

Capirli è impossibile, la lingua ci separa ma l’empatia ci avvicina.

Passi i giorni a pensare che cosa fargli fare, obiettivo, risultati, attività….maledetto quadro logico!

Forse c’è una possibilità di finanziamento ma dobbiamo mandare una mail….

Si presentano in 30, perché il gruppo è compatto, o tutti o nessuno, e stanno lì affacciati davanti al tuo pc a guardare questa cosa meravigliosa che è un documento word e lo devi trovare veramente interessante specie se non sai leggere, ma partecipare è tutto, la presenza fisica conta, è un modo per dire mi interesso.

Finalmente si consegna perché il tempo è scaduto, gli metti in mano la bozza alla quale loro devono apportare i commenti e le dovute revisioni, perché le cose si fanno insieme, e parte l’ennesimo discorso in una strana lingua e tu con mille pensieri al secondo: ecco anche questa volta si sono arrabbiati.

La traduzione in simultanea in realtà dice: grazie per la delicatezza avuta con noi nel curare questa relazione e averci accompagnato in questo percorso.

No no…grazie a voi!!

Maria Paola, 29 anni, Guatemala

Semplicità

28 Dic

Infatti qui non si vive, mangiamo per farlo… voi che le cose semplici non le capite, aspettate, prendete esempio. Quel cielo di colori sovrasta una terra maledetta, per anni massacrata, e di cui tutti non vogliono parlare. E si, qui siamo orgogliosi di quel poco che abbiamo e di quel tutto che la natura ci offre. Anche io me ne convinco, ma tante, troppe lezioni di vita fanno male, pesano come macigni sulle spalle di chi per tanto tempo non l’ha compresa. Allora realizzi che è meglio aspettare, prendo il mio tempo, spero di sbrigarmi, devo imparare in fretta a vivere con me stesso e sopravvivere con loro. Credo che non sia poi cosi difficile, anzi, sembra di conoscerli già da tempo. Mi vanto, ma…Ci siamo, sospiro profondo, sono tanti, troppi, diversi, ti guardano, ti scrutano, sei l’altro, No, non li conosci per niente, non sai nulla. Sono fuori dalle mura di una casa che mi proteggeva, ma sono ancora vivo. Pauroso e distratto percorro un sentiero, una strada, che non esiste, mi fermo ma non rifletto. E’ allora la vita ti passa davanti in un soffio, sono bambini, corrono verso me, mi toccano ed intonano una canzone, è il benvenuto nel loro quartiere. Accidenti alla semplicità, non ci avevo proprio pensato.

Giuseppe, 27 anni, Senegal

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