Tag Archives: cooperazione internazionale
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Rassegna per la Cooperazione: Simona da El Salvador

8 Ott

Rassegna per la Cooperazione: Simona da El Salvador

Due considerazioni:

1) è inconcepibile che un “esperto” guadagni tanto;

2) la cooperazione non è fatta da santi e missionari, è un mondo che, come tutti, ha del marcio al suo interno ma anche del buono.

Simona, 32 anni, El Salvador

Noi Veniamo dal Lago

24 Mag

Il progetto nel quale sono inserita si occupa di pescatori di un lago artificiale costruito negli anni ’70 per produrre energia elettrica.
Parlando con alcuni di loro mi sono sentita dire “io vengo dal lago”, intendendo di essere originari di una delle comunità che sono state allagate per far posto a questo grosso bacino.
Villaggi, scuole, cimiteri, antiche rovine Maya, le terre più fertili del Paese: tutto è stato inesorabile coperto dall’acqua.
La vita di questa parte di Paese è cambiata per sempre.

Il dipartimento un tempo noto per il suo clima fresco è ora  caratterizzato da temperature torride. Gli agricoltori della zona si sono dovuti trasformare in pescatori. Le famiglie sono state sfollate e trasferite in altre località che portano l’umiliante nome di “Reubicaciones 1-2 y 3”; sono passati 15  anni prima che fossero garantiti i servizi di base (acqua, luce, scuole) in queste nuove comunità.

Nei periodi di secca alcune terre, ormai di proprietà dell’impresa elettrica, emergono dal lago e attraverso una catena di affitti e subaffitti vengono concesse a caro prezzo ai pescatori per fini agricoli. Vivere della sola pesca non è più possibile: il lago è inquinato, la concorrenza è forte e proviene sia dai pescatori che dai predatori naturali, il prezzo del pesce è deciso dagli intermediari che gestiscono tutto il commercio.

Sono trascorsi meno di 40 anni dalla sua costruzione. “Alcuni di noi avevano provato a resistere, ma quando l’acqua ha cominciato a salire… siamo dovuti andare via”.

Anche questo è El Salvador: piccole storie di gente comune che vive in un paese di cui non si parla mai.

Simona, 31 anni, El  Salvador

Tre Anni

3 Mag

La durata media di un progetto di sviluppo è di tre anni. Noi siamo giá a metá strada; cominciamo a vedere i primi frutti che danno grande soddisfazione e voglia di andare avanti… ma la strada é ancora lunga ed é sempre piú evidente come tre anni non possano essere sufficienti.
Manca ancora un anno e mezzo. Tanti risultati sono stati raggiunti, tanti altri si raggiungeranno sicuramente. Alcuni invece sono stati giudicati chiaramente irrealizzabili in quanto poco realistici, rendendo necessario richiedere una variante al nostro ente finanziatore.
Poi ci sono gli obiettivi, e sono quelli che preoccupano. Da qui ad un anno e mezzo la sostenibilità non è garantita; servono più tempo e più risorse affinché tutto ciò che è stato investito fino ad ora non risulti solo uno spreco.
Capisco ora pienamente le parole del prof. quando a lezione sottolineava l’importanza di inserire i progetti in un processo di cambiamento. Il problema forse è che noi stiamo iniziando quel processo con i nostri progetti in loco. El Salvador è un paese uscito dalla guerra civile da appena 20 anni, e tutto ciò è ben riflesso nella sua società; a ciò si aggiungono i problemi “classici” di questi paesi, tra cui il machismo, l’eccessivo potere assunto da leader religiosi di alcune sette, l’analfabetismo, la violenza etc… .

Quando vivevo di soli manuali e teoria, pensavo che tre anni fossero abbastanza, forse anche troppi. Una successione di giorni, settimane e mesi in cui realizzare tantissime cose. Ora che comincio a scontrarmi con la realtà mi rendo conto dei mesi persi per star dietro alla burocrazia, della stagione delle piogge arrivata troppo presto che rischia di fermare i lavori, degli errori commessi in passato a cui ora bisogna rimediare, dei problemi quotidiani piccoli e grandi. Ma non si può andare oltre i tre anni, non con questo progetto. Non rimane allora che aspettare che esca un nuovo bando per continuare il lavoro fatto, perché pur con mille difficoltà questo progetto comincia a funzionare e parte dei beneficiari comincia a sentirlo proprio.

Simona, 31 anni, El Salvador

Il Fattore Umano in un Progetto

29 Apr

Lavorare in un progetto di sviluppo è difficile!

Il motivo può risultare semplice: differenti culture, paesi poveri, risorse scarse, modi di lavorare totalmente opposti, lingue, luoghi, cibi troppo diversi. A tutte questi fattori però, piano piano, ci si adegua; alcuni si comprendono, altri si imparano, altri ancora si accettano e basta. Dopo un po’ di tempo sai che le cose sono così, vanno in un determinato modo e non puoi far altro che conviverci, di prenderle così come sono, senza farti troppe domande.

Tutto questo è amplificato dal fatto che spesso i progetti di sviluppo sono in villaggi o piccole città, dove la comunità espatriata è ristretta, ci si conosce tutti, le sere le si passano insieme per ammazzare il tempo che altrimenti scorrerebbe troppo lentamente per i tempi occidentali.

Quello che non ti aspetti, però, è che i maggiori problemi non sono causati dall’ambientarsi ma sono causati dal fattore umano. Sono problemi che nascono dalle persone e, troppo spesso queste persone sono internazionali, quelli che comunemente sono chiamati “espatriati”; coloro ai quali è affidato il delicato compito di fare sviluppo cercando di rispettare la cultura, il modo di fare, di pensare delle persone locali. Troppo spesso questo fattore umano predomina; troppo spesso influisce sul lavoro e ne modifica i risultati, le dinamiche, i tempi e le relazioni.

In un luogo in cui non si è abituati a vivere per lungo tempo, ci si aspetta di trovare un ambiente espatriato sereno, pacifico, rilassante. Ti aspetti di veder fare cooperazione e non guerra sociale; t’immagini che i cooperanti facciano cooperazione; t’immagini che, per il lavoro che sei andato a fare, ad imparare, l’etica sia la regina delle doti umane; t’immagini che i problemi nascano da quelle che si chiamano “condizioni esterne”; t’immagini che la solidarietà, in luoghi spesso dimenticati da Dio, la faccia da padrona; t’immagini che le dinamiche sociali mirino esclusivamente a far gruppo al fine di convivere nel miglior modo possibile … a volte, però, l’immaginazione è meglio lascarla all’immaginario collettivo e che noi stagisti, cooperanti, espatriati ci limitassimo a ricordare il motivo che ci ha portato a partire!

Antonio, 28 anni, Tanzania

Dietro la Porta di un Giovane Cooperante

9 Apr

DSCF0307 (1)Il biglietto aereo ingiallisce ogni giorno di più e il ritorno è sempre più lontano… dal mio arrivo.

Rieccola. Di nuovo la sensazione di dover far qualcosa, di nuovo quello strano stato d’animo, come se il mondo smettesse di girare e fossimo noi a dover alimentare la sua spinta.

Non è così, è solo che non c’è un progetto, un lavoro  o forse un giorno sembra esserci, poi diventa incerto, improbabile, sospeso, bisogna aspettare. Bisogna essere flessibili dopotutto, ci dobbiamo saper adattare, trovare le posizioni giuste.

Una riunione, un’altra, poi penso che tutto stia per succedere. No, dobbiamo vedere come andranno certe cose:  il rientro dall’estero di qualcuno, l’uscita di un bando o l’arrivo di alcuni finanziamenti.

Si procede ancora a vista, così va avanti anche la mia vita, con le mani avanti… ad attutire il colpo. Mi devo guardare intorno, aprire altre porte, sapere che questo potrebbe non essere il mio lavoro, impegnarmi per ottenerlo ed imparare a fare altro per evitare il peggio.

Non voglio continuare a vedere la mia vita dallo spioncino.

Luca, 27 anni, Roma

La Nascita del Progetto

29 Mar

Vogliamo un progetto!

Ok…

Ma lo scrivi tu?

Si…

Ma scusa, non sei qua per fare la cena?

No veramente sono quella con cui dovete fare l’albero dei problemi se volete che da questo albero nasca qualcosa…..

E via con l’idillio dell’amore tra la stagista inesperta e il gruppo dei “beneficiari”. Essere giovani e donne complica un po’ le cose, la tua credibilità sta più in fondo del fondo del lago che ti sta di fronte, riuscire a farsi ascoltare richiede uno spiegamento di energie che non ho impiegato neanche per scalare il vulcano che ugualmente mi sta di fronte insieme al lago. Ci si incontra, mostri impegno e dedizione e, nonostante conoscano perfettamente la tua faccia, continuano a guardarsi tra loro ogni volta che riappaio come a dire: ma è una ragazza!

Capirli è impossibile, la lingua ci separa ma l’empatia ci avvicina.

Passi i giorni a pensare che cosa fargli fare, obiettivo, risultati, attività….maledetto quadro logico!

Forse c’è una possibilità di finanziamento ma dobbiamo mandare una mail….

Si presentano in 30, perché il gruppo è compatto, o tutti o nessuno, e stanno lì affacciati davanti al tuo pc a guardare questa cosa meravigliosa che è un documento word e lo devi trovare veramente interessante specie se non sai leggere, ma partecipare è tutto, la presenza fisica conta, è un modo per dire mi interesso.

Finalmente si consegna perché il tempo è scaduto, gli metti in mano la bozza alla quale loro devono apportare i commenti e le dovute revisioni, perché le cose si fanno insieme, e parte l’ennesimo discorso in una strana lingua e tu con mille pensieri al secondo: ecco anche questa volta si sono arrabbiati.

La traduzione in simultanea in realtà dice: grazie per la delicatezza avuta con noi nel curare questa relazione e averci accompagnato in questo percorso.

No no…grazie a voi!!

Maria Paola, 29 anni, Guatemala

La Sfida dello Sviluppo Sostenibile

5 Mar

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Sostenibilità. Grande parola in voga da un po’ di tempo a questa parte, praticamente essenziale nel mondo della cooperazione dove ogni azione da portare avanti deve essere capace di sapersi sostenere nel tempo ma deve soprattutto essere sostenuta da chi viene coinvolto. Fare sviluppo sostenibile non è solo priorità delle ONG impegnate nella cooperazione ma anche di altri attori del settore privato affidando alla loro responsabilità d’impresa lo sviluppo di un’area.

Arrivo nel Quichè, persa nell’altopiano guatemalteco, territorio completamente indigeno dove tra le varie etnie Maya risiede quella degli Ixil, tristemente noti nella storia per essere stati oggetto di massacri e genocidio durante gli anni ottanta mentre la guerra civile lacerava questo paese e la Guerrilla tentava di organizzare una resistenza che non compromettesse l’identità culturale e la dignità di tante comunità. Nebaj è persa nelle montagne, il bianco candido della chiesa nella piazza centrale fa brillare ancora di più il sole creando un contrasto meraviglioso tra l’azzurro del cielo e il verde dei boschi che la circondano. Qui si è festeggiato l’inizio del nuovo anno  secondo il calendario maya con le autorità indigene ancestrali riunite intorno a un fuoco in cui si sono contati i giorni e si sono fatte offerte per ogni Nahual che guiderà il futuro a venire. Le autorità tengono un discorso per l’occasione e parlano in Ixil di alcune cose piuttosto importanti nella pubblica piazza mentre risuona un nome vagamente familiare: Enel. Forse è un errore, sento male, invece no, parlano proprio della nostra multinazionale leader nel settore energetico che ha inaugurato in queste montagne la diga di Palo Viejo senza previa consulta delle autorità, accaparrandosi le loro risorse naturali senza dare nulla in cambio, ma restituendo solo divisioni sociali e beni comuni negati ai quali loro non hanno più accesso. Le autorità parlano chiaro con una lucidità e una consapevolezza estrema ricordando come da 500 anni l’invasore non ha fatto altro usare che le loro terre ignorando la loro esistenza. Sono stanchi e arrabbiati e nonostante tutto aspettano il momento per poter riavviare un dialogo a loro promesso e non ancora arrivato, lo aspettano perché è cosi che agiscono, le azioni legali sono troppo pesanti e se si riesce a parlarne è meglio. La forza della parola è tutto, per esigere un diritto, per denunciare una violazione, per risolvere un conflitto, per tramandare una cultura, per invocare la madre terra affinché la nuova era produca un cambio positivo per tutti gli esseri che la abitano.

Nell’attesa del dialogo per stabilire come poter essere risarciti dai danni subiti senza poter neanche usufruire dell’energia elettrica che passa sopra le loro teste tramite i cavi ad alto voltaggio, suona la campanella della scuola e i bambini escono correndo felici. Hanno tutti addosso lo stesso zainetto, nero e verde con una scritta bianca: Enel Green Power. Tutto questo fino a quando potrà ancora essere considerato sostenibile?

Maria Paola, 29 anni, Guatemala

Hombres de Maiz

11 Feb

mais

Alla fine diventerai una donna di mais! Cosi una mia collega mi ha preannunciato mentre facevamo colazione con uova, fagioli e l’alimento nobile nella dieta di qualsiasi centroamericano: tortillas di mais.

Fare le tortillas è una vera e propria arte, sembra facile prendere quella pallina di pasta di mais, iniziare a schiaffeggiarla tra le mani per poi metterla a cuocere sul “comal”, il piano di cottura riscaldato dalla legna, in realtà non lo è affatto. Cimentarsi in questa impresa può costarti grandi risate da parte di chi pensa che coloro che vengono dall’altro lato del mondo non possono essere in grado di fare certi lavori manuali.

La vita dei Maya ancora ruota intorno a questo alimento, la mattina presto le donne passano per strada con i loro recipienti pieni di mais macinato nel mulino comune per poi riportarlo nelle loro case con l’obiettivo di iniziare a preparare tortillas che accompagneranno tutti i pasti della giornata. Cammini e passando vicino alle loro case puoi sentire il rumore di queste mani che con tre o quattro colpi appiattiscono in un dischetto il mais macinato e capisci che i tuoi nuovi compaesani stanno per fare colazione.

Il mais è il re della “milpa”, campo che viene coltivato insieme ai fagioli, la cui canna, una volta finita la raccolta, viene piegata a metà per permettere all’amico legume di arrampicarsi e poter crescere dando i suoi frutti. Il mais è colorato, è allegro, è giallo, bianco, ma anche rosso, nero, blu, viola colori che noi non abbiamo mai pensato potesse avere questo alimento che viene coltivato in grandissimi campi e che da un po’ di tempo a questa parte viene associato al Cash-crop.

Per i Maya il mais non è solo coltura, ma soprattutto un modo di vivere, è identità, è appartenenza, è la storia della loro vita che si ripropone ogni volta che si coltiva, si raccoglie e poi si mangia. Loro ci insegnano che in principio si creò l’uomo di fango, ma con la pioggia si sciolse, poi si provò con il legno, poté camminare ma non aveva una coscienza, alla fine si provò con il mais e l’uomo si rivelò una creatura duratura e sensibile. Mangiare mais è una costante rinascita specialmente da 500 anni a questa parte….

Maria Paola, 29 anni, Guatemala

Cos’è un Progetto

17 Gen

Un progetto di sviluppo è un po’ un’isola magica, un’utopia, dove tutto funziona come dovrebbe, dove tutto è perfetto.

Scrivere un progetto è relativamente semplice e lineare: si individuano i problemi, si decide la strategia per risolverli, si ipotizzano delle condizioni avverse e si pianifica in anticipo come mitigarle.

Vivere un progetto è invece un’esperienza spesso frustrante, difficile e complessa; ci si scontra con problemi non previsti, si devono fare i conti con autorità in competizione tra loro e spesso ai limiti della legalità, le tempistiche saltano, i materiali non si trovano, le necessità possono essere cambiate rispetto al momento di stesura del progetto, la burocrazia è opprimente.

E poi ci sono loro, i BENEFICIARI- le persone alle quali il nostro progetto si rivolge- sospettosi e antagonisti. Lavorare con loro è stimolante ma duro. Sembra che non capiscano il fine del progetto né il nostro ruolo; temono di essere ingannati per l’ennesima volta, presi in giro dagli stranieri o, peggio, usati.  I beneficiari sono infatti il nostro gruppo target, ma il gruppo in un certo senso, non esiste. E’ composto da singole unità; non pensa o agisce come un corpo unico. Gli antagonismi e le rivalità vengono fuori nei momenti meno opportuni, rallentando la “macchina-progetto” e mettendo a rischio il completamento delle fasi. Bisogna allora improvvisarsi psicologi, mediatori, sociologi; la pazienza è messa a dura prova ma non possono essere lasciate trapelare simpatie o antipatie individuali. Per resistere alla pressione e alla tensione è importante credere nel progetto e nella sua capacità di generare cambiamenti positivi.

I beneficiari sono poveri, talvolta analfabeti, con situazioni familiari difficili; ma sono soprattutto persone. A volte ti stupiscono per la loro capacità di analizzare criticamente la realtà che li circonda, offrono spunti di riflessione interessanti, propongono soluzioni alle quali non avresti mai pensato; altre volte ti lasciano perplesso per il loro comportamento infantile e a tratti ostile. Per poter capire il loro atteggiamento bisogna conoscere la storia del Paese, della comunità e anche le vicende personali di ciascuno di loro.  Forse proprio riuscire a creare il gruppo potrebbe essere il più grande risultato del progetto. Sarebbe bello poter avere a disposizione più tempo, più fondi, più energie, ma tutte queste cose sono limitate e ci si rende conto che la nostra utopia di perfezione è destinata a rimanere tale. Si deve scendere a compromessi, si devono fare delle scelte. Ma non da soli: la partecipazione è tutto.

Non ero preparata a tanta complessità, né a tanta opposizione: i manuali non ti insegnano nulla in merito. Certe volte verrebbe voglia di gettare la spugna, ma non si può. Non possiamo deluderli anche noi.

Simona 31, El Salvador

Semplicità

28 Dic

Infatti qui non si vive, mangiamo per farlo… voi che le cose semplici non le capite, aspettate, prendete esempio. Quel cielo di colori sovrasta una terra maledetta, per anni massacrata, e di cui tutti non vogliono parlare. E si, qui siamo orgogliosi di quel poco che abbiamo e di quel tutto che la natura ci offre. Anche io me ne convinco, ma tante, troppe lezioni di vita fanno male, pesano come macigni sulle spalle di chi per tanto tempo non l’ha compresa. Allora realizzi che è meglio aspettare, prendo il mio tempo, spero di sbrigarmi, devo imparare in fretta a vivere con me stesso e sopravvivere con loro. Credo che non sia poi cosi difficile, anzi, sembra di conoscerli già da tempo. Mi vanto, ma…Ci siamo, sospiro profondo, sono tanti, troppi, diversi, ti guardano, ti scrutano, sei l’altro, No, non li conosci per niente, non sai nulla. Sono fuori dalle mura di una casa che mi proteggeva, ma sono ancora vivo. Pauroso e distratto percorro un sentiero, una strada, che non esiste, mi fermo ma non rifletto. E’ allora la vita ti passa davanti in un soffio, sono bambini, corrono verso me, mi toccano ed intonano una canzone, è il benvenuto nel loro quartiere. Accidenti alla semplicità, non ci avevo proprio pensato.

Giuseppe, 27 anni, Senegal

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